A Zanzibar non è il tempo a scandire le giornate, ma la luce. All’alba i villaggi si svegliano piano, tra il rumore delle onde e le barche dei pescatori che rientrano cariche di reti. Poi arriva il sole alto, e tutto si muove con calma, quasi a non voler disturbare quell’equilibrio semplice che sembra esistere da sempre.
Passeggiando per Stone Town si ha la sensazione di attraversare epoche diverse: un portone intagliato racconta storie arabe, una finestra ricorda l’India, un cortile profuma d’Africa. Ogni dettaglio è un frammento di viaggio, rimasto lì nei secoli.
Sulle coste, invece, il ritmo cambia ancora. Le maree trasformano il paesaggio: dove prima c’era acqua, compaiono distese di sabbia infinita e donne che raccolgono alghe con movimenti lenti e precisi. Il mare non è solo bellezza, ma vita quotidiana.
E poi c’è il tramonto. Le dhow, le barche tradizionali, scivolano sull’acqua mentre il cielo si tinge di arancio e viola. In quel momento Zanzibar sembra sospesa, come se non appartenesse a nessun luogo preciso, ma solo a chi la sta vivendo.
È un’isola che non si visita soltanto: si assorbe, piano, lasciando che siano i dettagli a raccontarla.
È un’isola che non si visita soltanto: si assorbe, piano, lasciando che siano i dettagli a raccontarla
Zanzibar non è solo una meta tropicale: è un intreccio di storie, profumi e culture che si sono incontrate per secoli lungo le rotte dell’Oceano Indiano.
L’isola principale, Unguja, è un mosaico di paesaggi: spiagge bianchissime che sembrano polvere, mare che cambia colore con le maree e villaggi dove la vita segue ancora ritmi lenti. Nel cuore storico, Stone Town, le porte intagliate, i balconi in legno e i vicoli stretti raccontano influenze arabe, persiane, indiane ed europee.
Le tradizioni sono vive e quotidiane. La cultura swahili si riflette nella lingua, nei vestiti colorati e nella musica taarab, elegante e malinconica. Le spezie sono parte dell’identità dell’isola: non a caso Zanzibar è chiamata “l’isola delle spezie”. Chiodi di garofano, cannella, noce moscata e vaniglia profumano l’aria e la cucina.
E proprio il cibo è un viaggio nel viaggio. Piatti come il Pilau, riso speziato con carne o pesce, o l’Urojo, una zuppa ricca e saporita venduta per strada, raccontano contaminazioni lontane. Il pesce è freschissimo, spesso grigliato sulla spiaggia, accompagnato da frutta tropicale dolcissima.
Zanzibar è anche natura: foreste come quella di Jozani Forest ospitano specie uniche come la scimmia colobo rosso, mentre le barche tradizionali dhow solcano il mare al tramonto, creando scenari quasi irreali.
In fondo, Zanzibar è questo: un luogo dove ogni dettaglio — dal vento tra le palme al profumo delle spezie — racconta una storia lenta, profonda e impossibile da dimenticare
Un viaggio autentico tra mare, profumi e sorrisi
Appena qualche mese dopo la mia fuga spagnola, quella sensazione era tornata: il bisogno di partire.
Giugno 2024, di nuovo in volo da Milano, stanca ma felice, verso un nome che da sempre mi evocava profumi, colori e mistero: Zanzibar, la leggendaria Isola delle Spezie.
Questa volta non volevo solo “vedere” un luogo, ma vivere davvero l’isola, entrare nel suo ritmo lento e nella sua anima profonda.
1-2 giorno: Partenza da milano - spiaggia di Matemwe
Siamo atterrati di notte e il giorno dopo, con i primi raggi del sole, mi sono ritrovata sulla spiaggia di Matemwe. La sabbia era così bianca da sembrare borotalco, il mare un mosaico di turchesi che cambiavano con le maree.
A ospitarci, Villa Kiva, un boutique hotel a gestione italiana: intimo, curato, perfetto per chi cerca tranquillità e autenticità.
3 giorno: Kendwa e Nungwi
Da lì abbiamo iniziato la nostra esplorazione del nord: Kendwa e Nungwi, due luoghi iconici, diversi ma complementari. A Kendwa Rocks abbiamo pranzato quasi con i piedi nell’acqua, respirando quell’atmosfera libera e spensierata che solo l’Africa sa regalare. Poi una lunga passeggiata fino a Nungwi, tra dhow che rientravano al tramonto e bambini che giocavano sulla riva. Era come entrare in una cartolina viva.
4 giorno: l’incontro con Mnemba
Uno dei momenti più magici del viaggio è stato l’incontro con Mnemba, il celebre atollo privato. Partendo in barca da Matemwe, bastano pochi minuti per raggiungere quello che sembra un sogno a occhi aperti.
L’acqua è trasparente come cristallo, la barriera corallina pullula di pesci dai colori impossibili. Fare snorkeling lì è come entrare in un acquario naturale, sospesi tra cielo e mare.
5 giorno: tra i giardini delle spezie
Ma Zanzibar non è solo mare. È anche terra, profumo e tradizione.
Lasciata la costa nord, ci siamo immersi nel cuore verde dell’isola, tra i giardini delle spezie. È stato incredibile riconoscere gli aromi direttamente sulle piante: cannella, vaniglia, chiodi di garofano, noce moscata. Ogni passo raccontava una storia di commercio, cultura e identità.
6 giorno: Michamwi
Poi il viaggio ci ha portati a sud, a Michamwi, dove abbiamo soggiornato allo Shanuo Beach Bungalows, un piccolo paradiso affacciato sul celebre ristorante The Rock, sospeso tra cielo e mare.
Qui tutto scorre più lentamente. La colazione ti viene servita in camera, le giornate si riempiono di luce e gentilezza, e ogni tramonto è uno spettacolo diverso.
La sera, tra un aperitivo al Kae Funk e una cena al Baladin Hotel, ci siamo lasciati incantare da un’isola che sa essere romantica senza sforzo, autentica senza artifici.
7 giorno: Stone Town
La nostra tappa successiva è stata Stone Town, cuore storico e culturale dell’isola, un labirinto di vicoli profumati di spezie e di mare.
Da lì ci siamo imbarcati per Prison Island, famosa per le sue tartarughe giganti di Aldabra. Camminare tra questi animali centenari, accarezzarne il guscio levigato dal tempo, è stata un’esperienza profondamente toccante.
Tornati in città, ci siamo persi tra i portoni intarsiati, i mercati e le case di pietra corallina, fino ad arrivare al mare per un tramonto da film all’African House.
8 giorno: Paje
Uno dei ricordi più vividi è la giornata a Paje, raggiunta con un Dala Dala, il tipico minibus locale. Un viaggio tra musica, sorrisi e polvere, che ti fa sentire parte della vita vera dell’isola.
A Paje tutto profuma di libertà: le vele colorate dei kitesurf, la sabbia accecante, i ragazzi che ridono al vento. È un luogo giovane, vibrante, pieno di energia positiva.
9 giorno: Mtende
Ma Zanzibar sa anche sorprendere con la sua natura selvaggia.
A Mtende, sulla punta sud, ho trovato forse la spiaggia più spettacolare: una baia segreta incastonata tra scogliere coralline scolpite dal vento. Con la bassa marea il mare si ritira e lascia spazio a un paesaggio quasi lunare. È un luogo che ti toglie il fiato, dove tutto tace e senti solo il respiro dell’oceano.
10 giorno: Progetto Watoto
Gli ultimi giorni li abbiamo trascorsi nella calma di Michamwi, tra escursioni di snorkeling, pranzi vista mare e momenti di condivisione con la comunità locale.
Visitare il Progetto Watoto, che sostiene i bambini del villaggio, è stato un momento intenso e profondo, una di quelle esperienze che ricordano il senso più vero del viaggio: incontrare, comprendere, restare.
La sera, per concludere questa settimana perfetta, abbiamo cenato proprio su The Rock, raggiungendolo a piedi al calar della marea. L’acqua che rifletteva la luna, la brezza, il suono del mare: tutto sembrava sospeso.
11-12 giorno: Jua Zanzibar e ritorno a Milano
L’ultima tappa è stata il Jua Zanzibar, un piccolo gioiello sulla costa orientale.
Solo quattro ville immerse nella natura, senza finestre, aperte al paesaggio. Ogni dettaglio, dai tessuti Masai ai prodotti naturali di Inaya Zanzibar, racconta una filosofia di lusso autentico e sostenibile.
La mia villa aveva una piscina privata e un letto king size al centro della stanza, da cui si vedeva solo oceano e cielo. È il luogo perfetto per chi cerca intimità, silenzio e bellezza pura.
Quando è arrivato il momento di ripartire per Milano, avevo la sensazione di lasciare una parte di me lì.
Nel bagaglio non c’erano solo souvenir, ma il bianco delle spiagge, il profumo di cannella, i colori di Mnemba, la musica del Dala Dala e i sorrisi dei bambini di Michamwi.
Zanzibar non è solo una destinazione: è un viaggio dell’anima, un’isola che ti insegna a rallentare e a sentire di nuovo la bellezza delle cose semplici.
